In questa sezione troverete testimonianze dirette o indirette sul significato della dislessia, per permettere a chi leggerà di comprendere meglio di che cosa si tratta.

Dislessia: un’altra via! Serena ‘Derea’ Squanquerillo
Dislessia, discalculia, ADHD, e chi più ne ha, più ne metta, sono davvero disturbi? O sono etichette da attribuire a chi ha un altro modo di funzionare e non viene né capito né facilitato? Per incapacità o per non volontà o per ignoranza? Perché, per esperienza personale, quando è così, quella che è una caratteristica considerata “fuori dal normale” se non è riconosciuta e rispettata come tale dall’altra parte, diventa inevitabilmente un difetto, un disturbo, uno stigma. La mia vuole essere una provocazione, ma neanche tanto. Sono un’autodiagnosticata dislessica, classe 1980, che è cresciuta convinta di essere stupida, limitata, incapace e, dunque, con un’autostima pessima finché, dopo, a trenta anni ha compreso come funzionava e cosa l’aiutava a essere se stessa. Ho fatto l’enorme fatica di sprogrammarmi da un metodo di apprendimento e a farmi una cultura non mia. Sì, perché tutto nasce dalla scuola e da quando si fanno i primi passi per conoscere “le cose”: come relazionarsi con le persone, l’ambiente, le materie, per capire cosa piace di più e identificare i propri talenti insieme a punti di riferimento quali sono gli insegnanti. Questi ultimi, dal mio punto di vista, dovrebbero essere anche educatori e aiutare i bambini (futuri adulti) a conoscersi, a dare nomi alle emozioni, a identificare la propria maniera di apprendere e vedere il mondo, a riconoscere i semi dei talenti che possono sviluppare con il piacere di farlo.
Ho avuto dei buoni maestri alle elementari, buoni professori alle medie. In merito alle scuole superiori – tranne qualche eccezione – stenderei un velo pietoso. Alcuni insegnanti mi hanno mostrato come “non si fa” umanamente, quindi li ringrazio lo stesso.
Negli anni ’80 non c’era l’attenzione e la conoscenza che c’è oggi su tali tematiche. A chi aveva problemi di serio ritardo mentale o era molto lento nell’apprendere, si affiancava l’insegnante di sostegno e finiva lì. Ma la differenza vera, ieri come oggi, la fa l’essere umano che si ha la fortuna di incontrare sulla propria via, soprattutto nel lungo periodo della crescita, durante il quale si forma la personalità e si afferma sempre più l’identità. Il problema vero è che ci si riesce se si è messi in grado di essere se stessi, senza forzature, tipo: “fai così, perché si fa solo così”. Quello che purtroppo ho notato, è che anche tra gli operatori che si occupano di metodi diversi di funzionamento e apprendimento, si continua a parlare di disturbo. NO, NO, NO! È un altro modo di funzionare, mettetevelo in testa! Se continuiamo a definirlo così, non si va da nessuna parte. Sono stanca di giustificarmi perché non memorizzo ciò che resta solo su un piano teorico, perché immagazzino solo ciò che mi serve ed è applicabile e che riconosco come vero e utile. Imparo per associazione, quindi “FACENDO”, per questo dopo il liceo classico, la teoria personificata (la lentezza nel fare i compiti e il terrore di non riuscire a diplomarmi), ho abbandonato l’università (prima Lingue e poi Sociologia) perché non memorizzavo nulla. Dopo un periodo di depressione, a 20 anni ho scelto di studiare l’informatica, la grafica, ho imparato a montare i pc fissi e ho appreso molte informazioni di tipo pratico, che oggi convergono tutte in ciò che creo. Forse sono anche un po’ “discalculica” perché non so fare i conti a mente, perché da piccola leggevo i problemi di geometria e non li capivo, non avendo la logica lineare di chi “funziona normalmente”, secondo il metodo che ti inculcano, l’unico riconosciuto o comunque accettato per istruire soldatini in serie.
Lì dove, finalmente, si parla di personalizzazione dell’insegnamento, l’individuo lo vive, comunque, come un favoritismo, una tolleranza non accettata da tutti. Perché manca la cultura della “unicità” di ognuno di noi e non si ha tempo da perdere in una società che ci vuole omologati, automi, consumatori anzi, noi stessi, prodotti.
Il mio non è moralismo, né qualunquismo. Sto testimoniando la mia esperienza e quella di molti con cui ho parlato, quelli che apprendono come me, ma che diversamente da me, percepiscono un indennizzo. Se in un’aula ci fosse un solo “normo-apprendista”, l’anormale sarebbe lui.
Ho continuato con corsi specifici e molte competenze le ho acquisite da autodidatta perché è lì che ho trovato la via della svolta. Addirittura, ho cominciato a capire di più e a “funzionare bene” quando ho iniziato un percorso spirituale, a seguire delle discipline in cui si lavora molto con la mente intuitiva, quella creativa e degli artisti, che interpreta per associazione e immagini, (nella realtà odierna orientata al materialismo e all’iper-razionalità è considerata anch’essa un disturbo) per svilupparla e farla andare a braccetto con quella razionale, l’unica concepita e accettata. Ebbene, io ho scoperto di apprendere prima di tutto con la mente intuitiva, per cui, ad esempio, quando devo parlare o scrivere o fare calcoli, percepisco tutte le parole o i numeri insieme nello stesso momento e l’impegno-fatica è dunque metterli su carta in fila uno dopo l’altro, così ecco che le sillabe si girano. Quando leggo ho prima di tutto una visione di insieme e l’occhio mi cade soprattutto sulle parole che mi servono per applicare la conoscenza. Potrei fare molti altri esempi di questa normalità. Ho facilitato me stessa, capendo da sola come mettere in ordine, assegnando colori diversi a gruppi di informazioni; a porre in riga una informazione dopo l’altra, imparando il basso elettrico, uno strumento dove si procede suonando in successione una nota dopo l’altra. Ho imparato facendo. Ho conosciuto insegnanti lungimiranti di scuole “alternative”, dove i ragazzi definiti iperattivi vengono fatti studiare correndo all’aperto o stando in movimento, senza che lo si consideri un comportamento da disagiati. Per quanto riguarda il disturbo dell’attenzione, la frase: “Il ragazzo si distrae troppo!” si chiama attenzione divisa, signori. Molto probabilmente chi si distrae molto in classe, o si annoia perché ha una mente che viaggia velocemente ed è più avanti rispetto all’andatura comune, oppure, come nel mio caso, fa esperienza della realtà come se fosse un caleidoscopio: in ogni finestrella deve inserire qualcosa da fare/vedere/praticare, e così via. Insomma, se pretendete di farci fare una cosa per volta, ci fate una violenza e quindi cominciamo a guardarci intorno, a muovere costantemente la gambetta sotto al banco e sì, possiamo essere lenti nel finire un compito assegnato, ma perché in realtà stiamo facendo più cose insieme. L’importante è trovare l’attività principale che fa da perno. Abbiamo bisogno di esperienze multisensoriali nello stesso momento. Domanda provocatoria: vogliamo provare a vedere se chi è in grado di focalizzarsi solo su una materia o attività alla volta, è in grado di farne quattro, cinque insieme, senza perderne il controllo? A 15 anni leggevo un libro teorico e un minuto dopo lo avevo dimenticato. Oggi, dopo aver liberato e armonizzato il mio modo di essere e funzionare, posso anche leggere quattro o cinque libri contemporaneamente, dove l’attenzione cade sulle informazioni che riesco a memorizzare, perché mi servono e che a un livello “fantascientifico” della mia mente si combinano tutte assieme, oserei dire in un sesto libro “immateriale”. Chissà se chi è “normale” è capace di comprendere di cosa sto parlando.
Per i miei gusti ho usato troppe virgolette e parentesi.
In poche righe, non si può sintetizzare la tematica, né ridurre tutto all’esistenza di due fazioni, che in realtà – ho imparato – sono due complementarità. Ho pensato a lungo a come scrivere quella che in realtà è una testimonianza volta a creare curiosità verso l’approfondimento, ma anche a segnalare l’urgenza di accettare che non siamo e non dobbiamo essere tutti uguali; siamo quello che siamo. Intendiamoci, altra cosa è l’esistenza di patologie gravi, lesioni neurologiche, che necessitano di cure mediche. Non voglio nemmeno dire a insegnanti ed educatori come fare il proprio lavoro, né dare consigli psicoterapeutici che non mi competono. La mia è una urgente volontà di far capire che se non si mette la persona in condizione, fin da piccola, nelle scuole, all’interno delle famiglie, di sviluppare la propria modalità, ci si ritroverà con adulti frustrati, infelici, convinti di essere brutti, stupidi e inutili, se non riescono a venire fuori da soli.
Ora ho 46 anni, sono una giornalista pubblicista, una blogger che si occupa di diffusione culturale. Suono il basso elettrico da oltre tre anni, imparando velocemente con il mio metodo compreso e portato avanti con il mio maestro. Oltre venti anni fa avevo rinunciato alla musica, perché ancora non avevo capito bene come funzionassi ed ero convinta che non fossi in grado. In poco tempo, l’anno scorso, mi sono ritrovata a suonare dalla mia stanza a un concerto vero e proprio. Creo sculture in ceramica in un’associazione e a breve farò una mostra in collettiva. Non mi bastano le ore di veglia per dare voce a quel vulcano creativo che ho liberato e che oggi sa che non c’è limite alle soluzioni. Ecco, cosa voglio dirvi! E sono felice che ci siano persone come Wilma Coero Borga, esperta in Scienze e Arti della Stampa e scrittrice, che ha creato il nuovo marchio editoriale WCBLibriInclusivi, che si occupa di produrre libri ad alta leggibilità per facilitare la lettura di chi ha bisogno di leggere in altro modo. Un certo tipo di impaginazione, di distribuzione del testo, formattazione e molto altro, che sono più adatti per chi “funziona” come me. A questo proposito, vi invito a guardare il nostro dialogo sull’argomento, al seguente link, insieme alla scrittrice ed ex insegnante Miriam Di Noto. Vi prego, basta chiamarlo disturbo! Il mio sogno è arrivare a sostituire la parola “inclusivo” con “solo un’altra normalità”.
